Il cantore

È compito del cantore creare la comunità liturgica, trasformare una pluralità di individui che stanno pregando in comunità orante.
I cantori dedicano le loro esistenze all’arte di guidare il nostro popolo nella preghiera; occorre così rendersi conto delle difficoltà che deve affrontare.

Il compito del cantore è guidare alla preghiera. Deve identificarsi con l’assemblea.
È compito dell’uomo rivelare ciò che è nascosto, essere la voce della gloria, cantare il suo silenzio, formulare in parole quello che è nel cuore di tutte le cose. Il cosmo è un’assemblea che ha bisogno di un cantore.

“Sii umile di fronte alle parole, l’uditorio è Dio”.
Il compito del cantore non è intrattenere ma vivere momenti nei quali dimenticherà il mondo, ignorerà l’assemblea ed essere consapevole di Colui alla cui presenza egli si troverà. L’assemblea allora presterà ascolto e avvertirà che il cantore non sta recitando, ma sta adorando Dio.

Per il cantore è importante studiare lo spartito ma è importante studiare anche le parole del Libro della preghiera. L’educazione del cantore richiede acquisizioni e conquiste intellettuali e non solo estetiche. Si può pur dire che in un certo senso il culto è una forma di studio che include anche la meditazione. Non basta fare affidamento sulla voce di una persona.

Il cantore è chiamato a imparare costantemente a lasciarsi coinvolgere da quanto dice, è suo compito anche insegnare agli altri come interiorizzare le parole della liturgia. Egli ha la missione segreta di convertire, di guidare gli altri fin là dove si rendono conto che l’arroganza è un abisso e il sacrificio è eternità.

Il modo di essere cantore implica la profondità, la ricchezza e l’integrità dell’esistenza personale.
Il timore reverenziale è il prerequisito della fede e una componente essenziale del cantore.

La musica

La funzione della musica è di aiutarci a vivere con intensità il momento del confronto con la presenza di Dio, ad aprirci a lui nella lode, nell’esame critico di noi stessi e, nella speranza.
Cantare vuol dire avvertire e affermare che lo spirito è reale e la sua gloria è presente. Il canto liturgico è anche un modo di far discendere lo spirito dal cielo sulla terra. La preghiera è canto.
La musica ci conduce sulla soglia del pentimento, alla percezione della nostra vanità e fragilità, della terribile importanza di Dio.

La musica del cantore è anzitutto musica al servizio della parola liturgica. La voce del cantore non deve né sostituirsi alle parole né interpretare malamente lo spirito delle parole.
La musica è l’anima del linguaggio. Il segreto di una frase armoniosa sono un ritmo e una musicalità che corrispondono al significato delle parole. Ciascuna parola ha un’anima e dobbiamo imparare come entrare nella sua vita con gli occhi ben aperti. Le parole sono impegni, non solo oggetto di riflessione estetica.

La musica non è il fine ultimo e nemmeno quello più elevato. Il fine ultimo è Dio e il mezzo è la parola.
Il cantore riuscirà a guidare altri alla preghiera non con l’imponenza della voce, non grazie al suo talento soltanto, ma col senso del sacro timore e tremore, con la contrizione e la consapevolezza di inadeguatezza.
Il canto è l’espressione dell’intimità dell’uomo. Quando cantiamo esprimiamo e confessiamo tutti i nostri pensieri. Quando un musicista suona, egli riversa all’esterno tutto quello che ha fatto.

La preghiera

Spesso l’invito alla preghiera finisce contro un muro di ferro perché non sempre l’assemblea è disponibile e pronta al gesto culturale. Il cantore deve perforare l’armatura dell’indifferenza. Deve lottare per ottenere una risposta, svegliare i sonnacchiosi.

Nelle anime del nostro popolo è custodita l’eredità di una spirituale disponibilità a rispondere. Spesso però questa disponibilità può essere frustrata dall’assenza di nuova ispirazione. La “tragedia” sta nella spersonalizzazione della preghiera quando diventa un’attività da specialista, un’esecuzione tecnica, un affare impersonale. Di conseguenza i suoni che escono dalla bocca non suscitano alcuna partecipazione. Arrivano alle orecchie ma non toccano i cuori.
La riverenza e la fede sono importanti quanto il talento e la tecnica e che la musica non deve perdere il suo rapporto con l’anima delle parole.

L’io e la preghiera sono una cosa sola.
Le parole muoiono di routine. Il compito del cantore è di riportarle in vita. Il cantore è colui che conosce il segreto della risurrezione delle parole. C’è una liturgia scritta e una liturgia non scritta. C’è la liturgia ma c’`e anche un approccio interiore e una risposta ad essa, un modo di dare vita alle parole, uno stile grazie al quale le parole diventano un pronunciamento personale e unico.

Nella preghiera una persona deve entrare nella parola con tutto quello che ha, con il cuore e con l’anima, con il pensiero e con la voce. Il compito di chi prega è di accendere la luce nel mondo. Dobbiamo accostarci sia alla parola che al canto con umiltà. Non possiamo dimenticare mai che la parola è più profonda del nostro pensiero, che il canto è più sublime della nostra voce.

Le parole ci fanno crescere. Chi riesce ad accendere la luce dentro la parola scoprirà che la parola ha acceso la luce della alla sua anima.

 

 

Pensieri tratti da “La vocazione del Cantore” di J. A. Heschel